Unione Sindacale di Base

SCIOPERO 27 GENNAIO 2012

 

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Licenziare per equità?


Nazionale – martedì, 20 dicembre 2011

Da quando si è insediato, questo governo non ha fatto altro che sottolineare i caratteri della sua manovra: equità, rigore, crescita.

Per ora abbiamo visto solo il rigore: contro i  pensionati, i lavoratori dipendenti che andranno in pensione più tardi e con trattamenti più sfavorevoli, i cittadini a medio e basso reddito, che dovranno pagare di nuovo l’ICI, chiamata ora IMU,  che si vedranno aggravare i costi di tutti i servizi pubblici, aumentare le tariffe e diminuire le prestazioni a cominciare dai ticket della sanità. Il tutto dietro l’alibi, ormai ampiamente screditato, dell’abbattimento dei  privilegi di chi è troppo garantito (sic!) per favorire i giovani!

Ora, tanto per non smentirsi la Ministra dalla lacrima facile,  la Dott.ssa  Fornero, annuncia che il governo è pronto a passare alla fase due. Avremmo  immaginato almeno l’accenno ad un piano d’investimenti per stimolare lo sviluppo e la crescita dei posti di lavoro, macchè, la Ministra, che ha dichiarato di essere contraria ai contratti precari, si è detta favorevole ad un contratto unico che ”non tuteli più il solito segmento iperprotetto”!

In soldoni si tratta di smantellare quelle poche garanzie ancora assicurate dall’art.18 in tema di licenziamenti individuali. Tutta la propaganda della destra di Governo, della Confindustria e, per la verità, anche del centro e di settori non marginali del PD, da anni sostengono che questo articolo della Legge 300/70, lo Statuto dei Lavoratori, sarebbe il vero ostacolo all’aumento dell’occupazione, egoisticamente difeso dai soliti corporativi che impediscono così ai giovani di trovare lavoro.

Nessuno dice che le imprese hanno già tutti gli strumenti per licenziare e lo hanno ampiamente dimostrato in  anni di ristrutturazioni e di delocalizzazioni: le grandi aziende ricorrendo a mobilità forzate e CIG, preludio ai licenziamenti di massa, le piccole sotto i 15 dipendenti semplicemente mandando a casa i lavoratori ad ogni accenno di crisi e comunque chiunque fosse indesiderato, visto che non hanno alcun obbligo di giustificare i licenziamenti, non applicandosi ad esse l’art.18 dello Statuto. Solo per la cronaca, le piccole aziende rappresentano nel nostro paese circa il 95 % del mondo produttivo.

L’obiettivo reale è la ricomposizione del profitto attraverso la compressione dei diritti dei lavoratori, altro che innovazione o nuovi investimenti. Per raggiungere questo obiettivo venduto come fattore di crescita del paese, in realtà lo è solo per il profitto, occorre la pace sociale all’interno delle imprese, liberandosi di chi non ci sta.

In nome dell’equità si risolve il problema della precarietà rendendo precari quelli che ancora non lo sono.

La libertà di licenziare, oltre a ridurre il potere di difesa dei lavoratori, rendendoli totalmente subordinati agli interessi del datore di lavoro, li costringe ad assumere su di sé il rischio di impresa. La ridefinizione degli ammortizzatori sociali, chiamata flexsecurity, altro non è che scaricare i costi dell’operazione sulla collettività mentre il surrogato di salario che si propone in cambio del lavoro somiglia fin troppo al sussidio di beneficienza della grande depressione degli anni trenta, più volte evocata come spettro per convincerci a diventare più poveri per paura della povertà.

I costi sono già coperti dal taglio di pensioni, servizi, salari, un vero e proprio fondo in nero per operazioni di sostegno alle imprese, una sorta di tangente al contrario per la incapacità di fare impresa.

Trasformare il salario da lavoro in indennità di povertà è un’idea che viene da lontano; ridefinita ora come uscita dolce dal lavoro, la teorizza Ichino, la utilizza Sacconi, la riprende Monti che è andato a lezione dai danesi che già la praticano. La pressante richiesta di CGIL CISL UIL per riprendere la concertazione sindacale è comprensibile, i nuovi ammortizzatori sociali possono essere un nuovo grande affare.

A LORO interessa solo la CONCERTAZIONE!

Bonanni lo ha dichiarato con estrema franchezza: ’Sul mercato del lavoro debbono trattare le parti sociali, noi e gli industriali. Il governo deve venire al tavolo per dare sostegno e strumenti alle opinioni delle parti’.

L’accordo del 28 giugno, definito dalla Camusso come la nuova concertazione, ha mostrato ai lavoratori quanto essa sia dannosa per i loro interessi cancellazione di fatto del Contratto nazionale, libertà di deroghe su tutti gli istituti contrattuali e normativi. Se la Confindustria ha definito tale accordo come lubrificante dell’articolo 8 della manovra di Berlusconi qualche motivo ci sarà stato. Questo modo di riproporre le relazioni industriali ha consentito alla meteora Marchionne di tirar dritto per la sua strada.

Il contratto sottoscritto da FIM UIL FISMIC e UGL con la FIAT per tutte le fabbriche del gruppo realizza il nuovo modello contrattuale liberato da contratti nazionali, leggi e diritti; e non è un caso la sensibilità dimostrata da Marchionne per il nuovo governo, il solo in grado di portare a sistema il modello Pomigliano.

Quello che sta succedendo alla Fiat è esattamente quanto dobbiamo aspettarci dall’orgia ideologica dell’attacco all’articolo 18: per non garantire i non garantiti togliamo quelle poche garanzie a chi ancora le ha. La politica industriale del governo prevede per tutti relazioni industriali basate sul modello delle piccole imprese che derogano su tutto, un vero proprio processo di terzomondializzazione dell’intero sistema sociale.

A tutto ciò occorre rispondere con una forte opposizione, con chiarezza di obiettivi e con parole d’ordine capaci di mobilitare lavoratori, precari, movimenti sociali in nome di un nuovo modello sociale solidaristico che ponga innanzitutto la richiesta della redistribuzione della ricchezza sociale prodotta. Non è un problema risolvibile con la trattativa per riduzioni marginali del danno, ma con un’opposizione vera che si contrapponga alle scelte politiche di governo e imprese.

Lo sciopero proclamato per il 27 gennaio non è solo contro questa manovra, ma deve essere sentito come l’inizio della nostra contromanovra sociale. Questa è la sfida che abbiamo davanti, altro che ripresa della concertazione!

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